Marco Tersigni : Il ragazzo e il mare

Non è solamente il mare, ma il mare della Grecia
e le cittadine, graziose miniature intarsiate di legni pregiati,
sono sempre piccole cittadine della Grecia,
piccole gemme per piccole ossessioni.
L’arte di Marco inizia proprio con il legno e il desiderio di raccontare il suo sconfinato amore per la Grecia è la molla che dà il via a tutto il resto. E’ dapprima solo intarsio, una tecnica difficilissima e complessa realizzata attraverso il taglio di sottili tessere di legni pregiati, con solo alcuni cenni di pittura. Ma via via che prende confidenza con pennelli e colori, inizia il suo percorso verso la conoscenza della pittura ad olio.
E queste due opere sono il raggiungimento di un traguardo dal quale iniziare il suo nuovo percorso artistico fatto di sola pittura; il mare è sempre il protagonista, riempie quasi per intero la superficie di un orizzonte tanto alto e tanto lontano da trascinare lo spettatore proprio accanto le due figure appena accennate, su quell’unico scoglio che piano si perde nelle acque cristalline. Ci sta parlando di pace e serenità, ci porta con se nel silenzio che aleggia in tutta l’opera. L’acqua è ferma, non ci sono uccelli a disturbare il cielo azzurro, non c’è altro che pace e silenzio.
Proprio come nell’opera del faro, simbolo per eccellenza di isolamento. Di nuovo quindi silenzio e pace.
Ed è comprensibile visto che Marco Tersigni fa il tassista. 😉

di Alessandra Altieri


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Alida Ferrettini : I sogni non muoiono mai

Prima di tutto un’amica.
Di quelle amiche sulle quali sai davvero di poter contare 😘
( grazie Ali )
e poi un’artista
di quelle la cui storia di vita si manifesta ad ogni pennellata.
Ad Alida non è stato consentito di studiare, non le era consentito neanche dipingere o disegnare
per lei gli impegni da portare avanti erano altri.
Così per tanti, tantissimi anni.
Finché poi non è accaduto che il destino le abbia dato una mano a raggiungere almeno in parte i suoi desideri di sempre. E quindi sono iniziati i dipinti con i colori gettati fuori come una liberazione, come i fuochi che troviamo violenti e carichi nel dipinto Esplosioni. Tante le opere come questa, in cui l’unica matrice è il colore materico, è il gesto d’impulso, lo sfogo della mente.
Ma altri dipinti invece, come gli “Sguardi” sono solo occhi,
numerosi occhi che osservano e che si intrecciano in linee morbide e sinuose,
disegnati e colorati con gli inchiostri, spesso con le penne biro
proprio come si fa quando si scaricano le tensioni e senza pensieri si disegna a getto libero su un foglio,
ancora una volta per liberare la mente.
Dal passato che non si può dimenticare,
dagli sguardi di chi ti giudica senza sapere,
dalla vita che a volte ti vorrebbe diversa.
E l’arte è l’unico posto in cui tutto ti è concesso.

di Alessandra Altieri


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Macedonia: le suggestioni del Nonsense dell’artista Emphi

Emphi, Macedonia, Acrilico su tela, 100 x 100 cm

Emphi artista poliedrico dalle multi-sfaccettature presenta, in occasione della mostra Magic-Life, l’opera Macedonia, appartenente alla serie Tutti Frutti.
Osservando la tela notiamo come i corpi umani nudi, al posto della testa, presentano diversi frutti.
Non si distingue l’inizio e la fine di un corpo, tutto sembra ricondurre ad un atto sessuale. La tela che l’artista realizza sembra quasi concepita come un atto provocatorio volto a suscitare la fantasia dello spettatore, mostra tutto o niente, mostra solo ciò che ognuno vuol vedere.. riprendendo anche le sfumature degli echi del Surrealismo proposto da Salvador Dalì.
Sulla tela l’essere umano è presente ma allo stesso tempo assente perché privo di volto, sinonimi e contrari si incontrano come se l’artista non riuscisse ad identificare i suoi soggetti, o almeno è ciò che vuole indurci a credere. Consapevole della direzione da intraprendere, Emphi, lascia l’osservatore con il fiato sospeso generando un caos privo di senso, un “nonsense” pittorico dove ci si perde fra le linee dei corpi e i colori sgargianti dei frutti, cercando faticosamente di riprendere quell’indagine di lettura dell’opera volta alla ricerca della “giusta direzione” da seguire

di Elisabetta La Rosa


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L’arte e le donne al tempo del Covid19 – Valentina De Chirico.

Valentina De Chirico

Giro per casa, orami è tardi ma non riesco a dormire. Troppi sono i pensieri che vagano frenetici nella mia mente…uno sguardo ai miei figli che dormono e metto su l’acqua per una tisana rilassante, o almeno è quello scritto sulla confezione.
Accendo il computer, meglio pensare al prossimo articolo… forse questo senso d’inquietudine passerà se mi concentro a fare altro.
Continuo a ticchettare la penna sul foglio bianco, niente, le idee ronzano come api intorno all’alveare della mia mente e il fischio del bollitore mi riporta alla realtà. Vediamo se questa tisana fa il suo effetto!
Un respiro e mi focalizzo su di lei: Valentina De Chirico. Apro il suo profilo Instagram e inizio a scorrere le sue foto che oramai conosco a memoria.
Conosco Valentina già da un po’ e la cosa che ci accomuna oltre ad essere due donne artiste,è il bisogno di lasciare una scia dietro di noi, una svolta alla nostra arte. Esigenze,ispirazioni,scelte di mercato, forse tutte e tre o nessuna non so.
Scorrendo la mia attenzione si ferma dinanzi a due occhi neri, rosse labbra carnose e pelle color del latte ma con un fuoco che se pur non appare dipinto riesco a percepire…è di quel fuoco che ho bisogno per scrivervi di Valentina e della sua personale ricerca artistica.
I pensieri iniziano a rallentare, merito della tisana? Ok si comincia,altro giro,altra corsa.

Valentina De Chirico

Valentina parlami dei tuoi ritratti. Le tue modelle hanno grandi occhi espressivi e labbra rosse e carnose, il giusto per ipnotizzare il fruitore. Scelta voluta o semplicemente l’incoscienza smaliziata dell’artista?

Le donne che dipingo sono quello che per me rappresentano il più alto grado di femminilità. Di ognuna di loro rubo qualcosa che mi manca. Uno sguardo languido, una folta chioma nera riempita di fiori, le labbra importanti e rosse fuoco. Io dipingo per colmare le lacune. Vorrei essere ogni ritratto che ho dipinto, vorrei carpire ogni piccola sfumatura di essere donna.

I tuoi studi ti hanno portato verso il restauro. Cosa ti affascinava di questo ramo artistico?

Credo, un po’ come tutti i restauratori, di essere stata affascinata dal dopo. Rimettere a nuovo delle opere di altri è molto appagante. Pensare di aver contribuito al fatto che quel lavoro rimarrà fruibile per ancora molto tempo grazie al tuo intervento

Dal restauro alla pittura il passo è breve. Che tipo di artista sei? C’è qualche artista che ti ha ispirata nel tuo cammino?

Per anni, influenzata dal mio cammino accademico, sono rimasta molto attaccata alla pittura decorativa. I dipinti legati all’art nouveau e i dipinti di Mucha sono stati quelli che hanno dato il via alla mia serie di ritratti. Ho anche avuto un periodo dove sono stata molto affascinata dalla pittura su vetro. La mia tesi è stata proprio sulle vetrate artistiche.
Fiori, foglie e espressioni le ho tutte rubate e rielaborate dai lavori di Mucha.

Ad un certo punto la tua arte subisce una svolta…quei colori accesi e vibranti rimangono ma entra in gioco una parte più commerciale. Cosa ti ha spinto a questa scelta imprenditoriale?

Il divertimento. Creare piccoli oggetti e capsule collection di t-shirt, piuttosto che segnalibri, tazze e calamite mi diverte. Tira fuori il mio lato ironico e scanzonato. Poi ovviamente il lato commerciale. Questi oggetti sono fatti completamente a mano ma hanno un costo notevolmente minore rispetto a un dipinto. Le persone hanno apprezzato e io ne sono felice.

Come donna e artista che difficoltà incontri nel portare avanti il tuo sogno e lavoro artistico?

Come donna credo che ogni artista di genere femminile dovrebbe avere una colf a casa…!
Scherzi a parte siamo sempre le più penalizzate. Molte devono ritagliarsi del tempo per dipingere nei tempi morti. Un po’ è frustrante perché quando stai lavorando vorresti essere esclusa da tutto e da tutti per un tempo indefinito. Spesso così non è, anche per me. A livello personale il mio genere non ha mai influito sul percorso che stavo e sto intraprendendo.

Cosa ha rappresentato e tutt’ora è l’arte per te e soprattutto com’è cambiata al tempo del Covid 19?

L’arte è la mia croce e la mia delizia. È il mio posto sicuro. Come ho detto prima dipingo per colmare le mie lacune. Essere in posti in cui non sono, essere la donna che vorrei idealmente. Però l’arte non mi rilassa affatto. Quando prendo il pennello in mano deve succedere quello che ho nella testa, esattamente così. Non c’è margine di errore. Ho perso la spensieratezza di dipingere solo e unicamente per passare il tempo e per puro piacere. Un po’ me ne dispiaccio ma credo che faccia parte del percorso professionale.
Il periodo che stiamo vivendo è tosto. Sto semplicemente facendo tutto quello che avevo inserito nella lista “cose da fare 2020” . Purtroppo le spedizioni sono penalizzate quindi ora sono ferma per i miei acquirenti ma sto cercando di sperimentare cose nuove e idee che avevo in mente da tempo.

Mi congedo dalla mia amica lontana ma non prima di aver dato un ultimo sguardo ai suoi dipinti.
Un fondale marino dai toni del blu e viola con due balene una delle quali,sorretta da mongolfiere mi incuriosisce e lì nella poesia di quella illustrazione mi è tutto più chiaro :” Non solo per noi stessi siamo nati”.
Questa è la frase scritta sotto l’immagine da Valentina…nulla di più vero,di più terribilmente reale. Noi artisti apparteniamo al mondo e affinché il nostro passaggio sia lieve, abbiamo bisogno di questa struggente linfa che ci tiene vivi. L’arte unica nostra amica e demone, ma niente paura perché anche se cadiamo giù negli abissi, potremmo sempre cavalcare una delle balene fatate di Valentina De Chirico che ci canterà una ninna nanna.

di Casaccia Irene


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“Sindrome degli antenati”: gli avi influenzano il nostro futuro?

“Sindrome degli antenati”: gli avi influenzano il nostro futuro?

La “sindrome degli antenati”, stando alla sua scopritrice, la dott.sa Anne Ancelin Schützenberger, consisterebbe nella trasmissione inconscia e involontaria nei legami trans-generazionali della ripetizione degli eventi irrisolti.

Secondo questa teoria, le persone proseguono in vita la catena delle generazioni precedenti, pagando un pegno al passato e, fintanto che non si è “cancellato il debito”, una “alleanza invisibile” spinge a ripetere, che se ne sia coscienti o meno, l’evento o gli eventi traumatici, le morti, le ingiustizie e persino le loro eco.

La Schützenberger sostiene che “siamo in fondo meno liberi di quanto crediamo”. Possiamo, però, riconquistare la libertà, capendo i sottili legami che ci tengono ancorati al passato, per poi lasciarli andare. Afferrando questi fili nella loro complessità, potremo così vivere la nostra vita e non quella, per esempio, dei nostri genitori, nonni o di un fratello morto, che rimpiazziamo, consapevolmente o a nostra insaputa, nella “catena” del nostro albero genealogico.

Se ci pensiamo bene, non è difficile comprendere a fondo quanto le tematiche familiari abbiano “peso” nella nostra esistenza perché, se non direttamente a noi, ci sarà comunque capitato di venire a conoscenza di dinamiche intricate in cui le famiglie si sfasciano magari per un’eredità o per un lutto, e sicuramente ognuno di noi, portando per un attimo l’attenzione al proprio albero genealogico, può “sentire”, “percepire”, “visualizzare”, una qualche disarmonia. Quello è certo un punto su cui portare attenzione.

Anne Ancelin Schützenberger (Mosca, 29 marzo 1919) è una psicologa francese, professoressa emerita all’Università di Nizza, dove dirige da oltre vent’anni il laboratorio di psicologia sociale e clinica. È altresì cofondatrice dell’Associazione Internazionale di Psicoterapia di Gruppo. La sua esperienza è nota a livello internazionale, soprattutto nell’ambito della psicoterapia di gruppo e dello psicodramma. Ai suoi studi si deve lo sviluppo della tecnica del ‘genosociogramma’: albero genealogico che tiene conto, oltre che dei legami di parentela esistenti, anche del ripetersi di particolari traumi psichici e fisici di generazione in generazione. Il suo lavoro è essenzialmente mirato alla psico-genealogia, alla comunicazione non verbale e ai legami familiari.

Ormai novantottenne, Anne Ancelin Schützenberger è un nome storico nel campo della psichiatria internazionale. Il suo libro “La sindrome degli Antenati”, best-seller in Francia con ben 15 ristampe, rappresenta uno dei testi fondamentali della cosiddetta “psicologia trans generazionale”, una disciplina che si propone di curare malattie fisiche e mentali attraverso lo studio delle storie familiari.
I legami invisibili

La Schützenberger comincia a notare delle ricorrenze nelle dinamiche familiari dei suoi pazienti, e indagando, scopre che spesso ci sono vincoli comportamentali che possono essere ricondotti a ciò che è accaduto in vita agli avi. Ricorrenze, situazioni compensative apparentemente inspiegabili, avvenimenti che accadono in coincidenza con certi anniversari, possono essere ricondotti all’esperienza di un antenato che è incorso in una fatalità, gravando così su tutta la catena dei discendenti.

È allora nostra responsabilità, se vogliamo “svuotare lo zaino dal peso degli antenati”,farci carico di sciogliere questi condizionamenti che influenzando l’inconscio collettivo, lasciando tracce nella memoria delle nostre famiglie.

Spesso è facile risalire alle storie dei nostri avi, a volte invece il nostro albero genealogico contiene delle macchinazioni più complesse. Le trappole, le insidie nascoste nel nostro albero sono spesso rappresentate dal “non sapere” chi siano i nostri avi. Quando non si hanno notizie certe circa l’identità di chi ci ha preceduto, la comprensione risulta più ostica, tuttavia, anche in questi casi c’è un modo per fare chiarezza.

La lealtà invisibile

Uno dei concetti più importanti da afferrare quando ci si approccia a questo lavoro, è quello della ‘lealtà familiare’. Ognuno di noi, inconsciamente, è portato a interiorizzare lo spirito, le domande, le aspettative del proprio gruppo e a utilizzare le proprie attitudini per conformarsi alle ingiunzioni interne o interiorizzate. “Se non ci si assume questi obblighi, ci si sente colpevoli”, dice l’autrice, e questo è un punto interessante da considerare per definire non solo noi stessi, ma noi stessi all’interno di un sistema più ampio. Il senso di colpa, ma anche la ribellione, è sempre in relazione a dettami che giungono dalla struttura del sistema di credenze che viene trasmesso attraverso il modo in cui i membri della nostra famiglia agiscono.

La lealtà invisibile entra in gioco anche quando entriamo in una presunta “competizione” con chi ci precede. Se un figlio, ad esempio, percepisse che superando il livello di istruzione del genitore, diventerebbe una persona riconducibile a una categoria che il genitore odia (ricco, per esempio), il figlio tenderà a non rompere la lealtà invisibile pur di non fare un torto, pur di non creare attriti nell’albero. La promozione sociale/intellettuale/economica rischierebbe di creare divergenze in ambito familiare. Con un atto mancato, il figlio mantiene intatta la barriera di protezione che lo tiene in seno al nucleo, rispondendo inconsciamente al dettame del genitore che inviando un doppio messaggio contraddittorio, dice: “Io faccio di tutto per il tuo successo, lo voglio… ma temo che mi oltrepassi e che ci lasci o ci abbandoni”.
La cripta e il fantasma

Il pudore e una certa predisposizione umana a non indagare nei sottesi, nel nascosto, nelle ombre, fa sì che spesso non si parli in famiglia di tutti quegli accadimenti che possono aver segnato una discendenza. Sebbene questi complessi legami si possano vedere o anche solo intuire, il silenzio, anche inteso come forma di rispetto per i defunti, di cui si parla sempre bene dopo il trapasso, tende ad ammantare gli accadimenti familiari sotto una spessa coltre di scuro.

Nel 1978 due psicanalisti, Abraham e Torok, introdussero il concetto di “cripta” e di “fantasma” ovvero, quando all’interno dell’albero accade qualcosa di tremendo ad uno dei suoi membri – come, ad esempio, un’onta, una forte ingiustizia, un qualcosa di vergognoso, di equivoco – si tende a nascondere l’evento e la persona che ne è stata protagonista. Abraham e Torok si accorsero di questo, per via di alcuni comportamenti ingiustificati dei loro pazienti. Lavorando con persone che dicevano di aver fatto “qualcosa senza comprenderne la ragione”, iniziarono a notare strane corrispondenze, come se un fantasma uscisse dalla propria cripta e prendesse il controllo della persona, facendola così agire in modi completamente differenti dalle sue abitudini. Questo membro della famiglia conserva, in sostanza, in sé il “non-detto”, e lo incarna come a simboleggiare la presenza che si è invece voluto nascondere.

Genosociogramma

La Schützenberger da vita allo strumento di analisi del genosociogramma, ovvero la ricostruzione analitica dell’albero genealogico, che permette di individuare i collegamenti tra gli elementi di generazioni diverse. Nel genosociogramma possono rientrare anche persone non consanguinee, esterne alla famiglia, ma che in qualche modo sono state fondamentali nella storia familiare, che possono aver agito come benefattori, aiutanti, sostituti di ruoli fondamentali (le balie, ad esempio), ma anche coloro che hanno arrecato danno alla famiglia, in qualche modo. Per l’importanza del loro contributo (positivo o negativo), costoro rientrano a buon diritto nel sistema.

Un oggetto di analisi particolarmente importante è la coincidenza tra le date di nascita, di matrimonio, di morte, di incidente, dei diversi membri del sistema familiare: Schützenberger riscontra infatti la cosiddetta “sindrome da anniversario”, che si manifesta con l’insorgere di malattie o il verificarsi di incidenti, allo scadere di una certa età, o di una data particolare.

Oggi si fa un grande parlare di “uomo nuovo”, ma, alla luce di tutto quando detto finora, è facile comprendere come l’uomo veramente nuovo sarà quello che è riuscito a fare pace con tutti quei legami che lo trattengono in una vita non sua, che non gli appartiene, ma che deriva da chi è venuto prima di lui. Esistono per fortuna alcune tecniche in grado di risolvere le dinamiche distorte legate al proprio albero genealogico.

Logosintesi® e Logocostellazioni

Logosintesi è un sistema di cambiamento guidato, semplice ed elegante, che trova applicazione nella psicoterapia, nel counselling e nel coaching, ma può essere utilizzata anche come metodo di auto-aiuto. Logosintesi è stata scoperta e sviluppata dallo psicologo svizzero/olandese Willem Lammers nel 2005 e utilizza il potere delle parole per creare un cambiamento duraturo. Le Logocostellazioni sono uno strumento nato in seno a Logosintesi, che aiutano ad entrare in contatto con le percezioni sottili che derivano dagli aspetti disarmonici dell’albero genealogico.
Dermoriflessologia®

Nei primi anni ‘30 del ‘900, il neurologo friulano Giuseppe Calligaris, studia e identifica il modo per stimolare la pelle creando una connessione con l’inconscio. Gli studi di Calligaris, ripresi dagli anni ’90 da Gandini e Fumagalli, fanno parte di una tecnica olistica di straordinaria efficacia che prende appunto il nome di Dermoriflessologia, capace di connetterci con aspetti peculiari del nostro spazio personale e, attraverso i sogni, aiutarci a rielaborare molte dinamiche irrisolte, tra cui anche quelle legate all’albero genealogico.

Sequenze numeriche di Grabovoi

Le possibilità di applicazione di questa tecnica, in cui si utilizzano sia sequenze numeriche che tecniche di concentrazione, sono davvero tantissime ed anche creative. Ogni “Pilotaggio” pur seguendo un iter ben preciso, secondo le indicazioni dello scienziato russo, si sviluppa e si trasforma in un momento unico e speciale. Questo accade perché è un momento di concentrazione che richiede la massima attivazione di ogni risorsa interiore personale, ed è utile esserne consapevoli prima di iniziare a praticare questa tecnica.

Fonte: Blog aprilamente.info


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